Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago, la nostra smania di nuovo, era, in sostanza, un impulso migratorio istintivo, affine a quello degli uccelli in autunno? Bruce Chatwin
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[…] lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: “Avrei preferenza di no.”
Rimasi per qualche istante seduto in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che m’aveva preso. […]
Herman Melville, Bartleby lo scrivano, trad. di G. Celati
Ecco piacerebbe anche a me, giusto per un giorno, un giorno solo, seguire l’esempio dello scrivano di Melville. Fosse altro per osservare la reazione di chi si trova di fronte ad un «Avrei preferenza di no».
«Biglietto, prego». Con lo stesso volto composto e gli occhi miti di Bartleby, guarderei il controllore e: « Avrei preferenza di no», risponderei. Forse il controllore farebbe finta di niente e penserebbe ad una nuova forma di protesta contro ritardi e sporcizia dei treni. O forse mi guarderebbe turbato.
«Può terminare questa pratica, per favore?», ovvio che se è il capoufficio a formulare la domanda, la risposta è una pura formalità. Invece, a sorpresa: «Avrei preferenza di no». A stento riesco ad immaginare l’espressione impietrita dal datore di lavoro. E quanto sarebbe piacevole pronunciare tanti «Avrei preferenza di no» di fronte a quelle che sono le incombenze quotidiane, quelle piccole cose che siamo così abituati a sbrigare da non renderci neppure più conto di quanti doveri soffocano le nostre giornate.
In verità, il comico atteggiamento di Bartleby ci strappa un sorriso amaro perché dietro i suoi gesti lenti, la sua imperturbabilità, i suoi silenzi si nasconde il suo rifiuto per il mondo, per le inutili pressioni a cui si è sottoposti continuamente. Il silenzio di Bartleby rappresenta il diniego verso l’impegno, la necessità di correre, fare fare, quando invece si ha bisogno di così poco spazio e così poche cose per poter vivere. Un rifituo che può spingere a commettere gesti estremi.
O forse Melville aveva in mente tutt’altro mentre scriveva quello che tra i suoi racconti è certamente il più celebre nonché quello che, ancora oggi, ci fa tanto riflettere.
“Uscendo da quel parco, la corrente della Vivonne riprende slancio. Quante volte ho visto, e desiderato di imitare quando fossi stato libero di vivere a modo mio, un rematore che, abbandonato il remo, s’era sdraiato quant’era lungo sulla schiena, abbandonando la testa sul fondo della barca, e mentre lasciava che questa galleggiasse alla deriva, mentre vedeva il cielo, e nient’altro, sfilare lentamente sopra di lui, mostrava in volto l’espressione di chi pregusta la felicità e la pace!”
M. Proust, Dalla parte di Swann, traduzione di G. Raboni
Ho sempre associato il piacere della libertà ad una lunga corsa nel verde, col cielo azzurro e l’aria pungente, o a una passeggiata in montagna, senza orologio. Eppure, in questa serata d’autunno, con la pioggia che batte ritmicamente sui vetri e la coscienza che borbotta: «Ci sarebbe da fare questo, questo e quest’altro ancora, e tu, che fai? Te ne stai lì a leggere! Irresponsabile…», penso a quanto vorrei esser quel rematore. Mi sdraierei nella barca, annegherei la coscienza, e lascerei i miei pensieri liberi di seguire la corrente.
Il cielo è azzurrissimo. Spengo il computer, mi cambio rapidamente, scarpette da corsa ed esco. La schiena si srotola, le gambe si distendono, il corpo si sveglia dal torpore, in cui era stato costretto, ricominciando a dar segni di vita.
Il sole di mezzogiorno mi stordisce. Mentalmente torno al calendario per poter collocare questa giornata nel rettangolino giusto. Il calore sulla pelle non collima con una giorno di fine settembre. Zaaannn!! Il profumo del mosto mi sbatte contro. Qualcuno da queste parti ha già raccolto l’uva e si prepara per la vendemmia.
Allora non ci si può sbagliare: nonostante il cielo azzurro e l’aria calda, siamo inequivocabilmente in autunno. Perché per me, sin da piccina, l’arrivo dell’autunno ha sempre coinciso con la raccolta dell’uva. Ma sì!, poco importava se, per le bizze del tempo, la raccolta cominciava alla fine di agosto o, al contrario, all’inizio d’ottobre. A me bastava sentire quel profumo dolciastro, che ti inebria e ti si appiccica addosso, per sapere che l’estate era già alle spalle. Lo si capiva dallo sguardo eccitato di mio nonno che presidiava la cantina per giorni, lavando il tino, spostando damigiane, travasando liquidi da un contenitore all’altro. Io lo guardavo incuriosita, cercando di carpire l’ingrediente segreto che rendeva il suo vino migliore di quello dei nostri vicini. Le scarpe che facevano “ciaf ciaf” sul pavimento e lui che pronunciava tra sé e sé frasi incomprensibili. Il mistero della vendemmia.
Poi, le volte che m’è capitato d’andar a raccogliere l’uva nel Chianti (gli studenti universitari amano i lavori stagionali), la magia della vendemmia è scomparsa. Filari interminabili, un gran mal di schiena, l’insopportabile peso degli stivali a fine giornata. Ed ho iniziato a comprendere la ragione per cui mio padre s’è sempre tenuto alla larga dalla vigna di famiglia. Fortuna che a portare avanti le tradizioni ci pensa il fratello ma «Eh! Apprezzo l’impegno ma il vino buono non ti riesce proprio di farlo!...», non fa che ripetere il mio energico nonno ottantaseienne di fronte alle bottiglie di rosso, orgogliosamente ostentate da mio zio.
Il vino prodotto dallo zio, in fondo, non è tanto malvagio, eppure manca quel qualcosa… Forse bisognerebbe pronunciare la formuletta magica nota solo al nonno.
Ad ogni modo, qui si vendemmia. È arrivato l’autunno.
Per un periodo della mia vita ho trascorso intere giornate in biblioteca. Ma, allora, ero una studentessa universitaria e la biblioteca non era il luogo in cui scoprire pagine un po’ ingiallite, edizioni vecchie ormai fuori catalogo e introvabili in libreria. Era solo il posto in cui studiare tra una lezione e l’altra, il luogo in cui cercare la concentrazione in quei giorni in cui proprio non t’andava. Non era neppure LA biblioteca. Era “il circolo giuridico” (appartenente alla facoltà di giurisprudenza. Di fatto, il luogo preferito per rimorchiare), “la cripta” (la biblioteca della Facoltà di Economia, ricavata all’interno della Cripta di San Francesco),
Ad Arpino, mio paesello natio, i libri non hanno mai trovato pace. Sono state scelte sempre strutture fatiscenti: vecchi palazzi nobiliari dagli affreschi bellissimi, chiese sconsacrate, musei. Tutti luoghi splendidi ma pronti a vacillare alla prima scossa di terremoto, ad allagarsi alle prime piogge autunnali, a dare spazio a mostre ed eventi vari, cacciando via i poveri libri.
Anche le strutture che ospitano le Biblioteche del Comune di Roma non sono tra le più sicure. A volte, restano chiuse anni per interventi di ristrutturazione che sembrano non dover più finire ma, in generale, offrono ottimi servizi e sono efficienti. In quelle del centro, però, c’è sempre tanta gente, telefonini che vibrano, fanciulle dai profumi troppo intensi, un bisbigliare che dopo un po’ diventa un ronzio fastidioso e ne esci irritato.
La biblioteca di Segni, invece, il paesello che gentilmente mi ospita, è silenziosa ed accogliente. Non ci sono cataloghi on line né sistemi di ricerca veloci. Sei costretto a girellare tra i volumi, estrarli, sfogliarli, annusarli, dimenticando così qual era il libro che stavi cercando. E quando t’imbatti in mucchietti di libri, poggiati provvisoriamente su una scala, su uno sgabello, sul davanzale della finestra, in attesa di trovare una sistemazione più consona, non puoi resistere alla tentazione di curiosare. Per rendere la tua ricerca più veloce, potresti semplicemente chieder aiuto alla bibliotecaria, una signora dolce, dallo sguardo mite, con la voce che è un sussurro e gli occhi sempre alla ricerca di qualcosa. Non è di quelle che si lamentano perché c’è bisogno di più spazi e più personale. No, lei è di quelle che consigliano i libri imperdibili e che ti chiedono se t’è piaciuto il libro che hai appena restituito; lei si ricorda ancora di te anche se t’ha visto una sola volta mesi e mesi fa. E leggere diventa ancora più bello.
Montaione. Bah! Eppure
Siamo nel bel mezzo della campagna toscana, tra Firenze e Pisa. Il marito-orsetto ha pensato di rendere il rientro più soft con una breve sosta nell’agriturismo di un suo amico/coinquilino dei tempi dell’università. Ed io, ovviamente, non mi sono tirata indietro. Non è che abbia tutta ‘sta voglia di tornare al tran tran quotidiano. E poi, è maleducazione rifiutare una sosta in Toscana.
Incontriamo solo auto con targa tedesca. Perfino quando imbocchiamo la viuzza in discesa che segnala “Soiano”, l’agriturismo di Tiberio, troviamo parcheggiate qua è là solo auto provenienti dalla Germania. Che ci faranno così tanti tedeschi nel mezzo del nulla toscano poi?...
Il cancello si apre e spunta Tibo. Calzone corto, torso nudo, pizzetto spavaldo ed il solito sorriso beffardo.
«Dio bono! Ce n’avete messo di tempo!». Perché un ligure aspiri la “c” e continui a ripetere “noi di Firenze” è un mistero ancora da svelare.
«Oh via, si va’ a fa’ un giro», e ci carica su un fuoristrada da campagna, come dice lui, per mostrarci i filari nuovi di zecca che aumenteranno la produzione vinicola. Tibo è fiero della sua azienda, nata appena tre anni fa, e gioca a fare il contadino navigato, dimenticando che ha appena 33 anni e che non è trascorso tanto tempo da quando inveiva contro “quel professore bastardo che proprio non mi voleva fa’ passà l’esame”.
Il marito orsetto ci dà dentro con le domande tecniche: partono percentuali, tipi di coltura applicati, caratteristiche del terreno, dell’uva, delle olive. Dal canto mio, non vedo l’ora di scendere da quel fuoristrada infernale, sballottolata a destra e manca. Ma non mi lascio sfuggir il benché minimo lamento: non voglio fare la figura della donnina che urla di fronte alla prima sterzata brusca e alla guida spericolata di chi sta palesemente tentando di farti rizzare i capelli.
Scesa dalle montagne russe, guardo il cielo diventare sempre più rosso, i poggi sempre più sfumati, i filari sempre più lontani. Intanto il vento mescola il profumo della lavanda a quello della terra, i suoni indecifrabili dei bimbi tedeschi si spostano dalla piscina al casale e penso che, in fondo in fondo, la scelta di Tiberio non è stata poi tanto sconsiderata.
Mercoledì, 26 agosto
È una di quelle notti in cui il cielo è più immenso, le stelle sono più luminose, il silenzio sussurra frasi dolci che parlano di serenità, di un domani diverso. È una di quelle notti in cui trattieni il fiato per non disturbare la voce della natura che ti circonda.
Il vociare allegro della cena a quota
Giovedì, 27 agosto
Immersa in un paesaggio lunare, mi chiedo quando spunterà il rifugio Pedrotti. La scalata verso l’alto è meno insidiosa quando la nebbia avvolge tutto ciò che ti circonda.
Camminiamo dalle nove di stamani, gli scarponi iniziano ad essere pesanti, l’aria rarefatta e, nonostante lo sforzo fisico, inizio ad avere la pelle d’oca. Insomma, io sono un’orsetta marsicana, di quelle che bazzicano nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Mica sono abituata io a vedere, nel bel mezzo del mese di agosto, strati di neve congelata che giacciono lì da chissà quanto tempo. Un po’ di comprensione per favore! Il marito orsetto, invece, che ha il coraggio di sudare anche quassù, mi guarda con aria compassionevole.
Un miraggio: dev’essere quella casetta là!
Ma le indicazioni spengono il mio entusiasmo. Un cane abbaia in qualche posto lassù. L’eco non fa capire quanto su… Il pancino inizia a brontolare e… sì, sì! Stavolta è lui!
Mentre mangiamo qualcosa, il cielo si apre e il Brenta si staglia davanti ai nostri occhi. Le cose belle non si ottengono mai facilmente; bisogna sapersele sudare. Altrochè se ne valeva la pena!

C’incamminiamo verso il Passo Ceda. Il sentiero non è ben segnalato, il cielo è incerto, la stanchezza si fa sentire. Dopo un’oretta di cammino, da buona capa spedizione di un gruppo di due persone (mio marito ed io), mi fermo di fronte alla famosa ferrata menzionata da Paolo, il già citato albergatore-guida. «È un percorso splendido. Un po’ lungo ma con poche difficoltà. C’è giusto una ferratina… Niente di chè: la fate senza problemi». Ora, gente, fino a dieci giorni fa, io neppure avevo idea di cosa fosse una ferrata e, sinceramente, il fatto di trovarmi davanti ad un non sentiero, aggrappata ad una corda di ferro vacillante, sebbene solo per pochi metri, con lo strapiombo sotto, non è che mi riempia il cuore di gioia. «È che tu non sai usare bene la corda», sentenzia il marito orsetto che ha già preso in mano la situazione, mostrandomi come procedere. Avrà indubbiamente ragione lui ma, come dire, paralizzata da un secondo di terrore, la teoria è precipitata nel vuoto e le sue rassicuranti parole si perdono nell’aria. Un po’ vacillando, un po’ imprecando, ce la faccio anch’io. E torna l’euforia di chi, un po’, si sta mettendo alla prova. (Sì!, sono proprio brava!)
Ma il percorso è davvero lungo e nonostante il paesaggio splendido, fiorellini mai visti prima e compagni di viaggio inattesi,
nell’ultimo tratto che ci separa dall’albergo, sogno solo di potermi finalmente sfilare gli scarponi.
Mai cena è stata più deliziosa di quella divorata stasera.

Venerdì, 28 agosto

L’orsetta marsicana si sente ormai completamente a suo agio tra le cime dolomitiche e non la smette di zompettare nel verde intonando «Holalà hiii, hoolalàà hii…» Poco distante, il marito orsetto la guarda scuotendo la testa e borbottando «È fatta così! Che ci posso fare?». Ma, in fondo in fondo, se la sta godendo anche lui, dimentico delle grane della quotidianità.

Nota a margine
Qualora immagini e parole vi avessero invogliato a prendere scarponi e bastoncini e partire alla volta di questi sentieri, vi consiglio di cuore l’Alpotel Venezia di Molveno (www.alpotel.it), piacevole alberghetto a conduzione familiare. Eccellente rapporto qualità – prezzo e una cucina deliziosa (lo strudel, che goduria!). Si è in albergo ma ci si sente a casa propria grazie alle attenzioni della signora Renata, gli aneddoti, i suggerimenti, il desiderio di guidarti alla scoperta della montagna del signor Paolo e l’allegria dei figli. Impossibile trovare delle pecche.

Il signor Paolo, prima d’esser il gestore dell’albergo nel quale alloggiamo, è un appassionato di montagna. Uno di quelli che, indipendentemente dalle cerimonie ufficiali dell’Unesco, ci tiene proprio a far conoscere le bellezze della sua regione. Così, l’escursione iniziale alla scoperta delle Dolomiti parte da Madonna di Campiglio.
«Sì, insomma ragazzi, ci s’allontana un po’, ma vale la pena cominciare con il giro dei cinque laghi».
E come dargli torto? Sarà che una settimana d’escursioni da queste parti la sognavo da anni, ma non faccio che guardarmi intorno estasiata. Sento qualcuno che si lamenta per l’aria pungente (che poi, per esser a
Avevo dimenticato la paura del vuoto e quel senso di vertigine che si prova una volta saliti in funivia. Troppo tempo senza avvicinarmi ad un impianto di risalita.
La nostra guida non fa che spiegare le differenze tra il versante del Brenta e quello dell’Adamello, ma io non riesco proprio a seguirlo. Guardo in lontananza, sperando che quei nuvoloni minacciosi, verso i quali sembra condurci il nostro sentiero, scompaiano presto. Intanto, raggiungiamo agevolmente il lago Ritorto, nostra prima meta.

«E va be’, che sarà mai? Uno dei tanti laghi dolomitici!», penserete voi. In fondo è solo un lago. A
Eppure, io mica la so spiegare quella sensazione un po’ magica regalata dall’acqua gelata di un laghetto incastrato tra i monti. Quella voglia di perdersi tra i sentieri, lontano da tutti e d’imbattersi in un nuovo laghetto, forse ancora più nascosto di questo. Quella sensazione che si prova nel vedere la nebbia che sale, sale in modo incredibilmente veloce, fino ad inghiottire tutte le persone che, fino a poco fa, erano solo a qualche metro da te. Di Paolo, l’albergatore-guida, non resta altro che un puntino verde. Ma dopo un paio di tornanti, si esce dalla foschia e si resta abbagliati dal sole. Ed io non lo so se chi vive questo spettacolo quotidianamente ci si sia un po’ abituato o continui a trovarlo straordinario, esattamente come me.

Nei pressi del lago Gelato, a
Non c’è limite alla nostra inciviltà.

Uff! Ma non si arriva mai!
Ancora pochi chilometri e dovremmo vederlo spuntare.
«Eccolo lì!»
Eh già, eccola qui la “preziosa perla in più prezioso scrigno”, per usar le parole del Fogazzaro.
In realtà, siamo giunti a Molveno più per caso che per una scelta precisa. Volevamo andar per sentieri in Trentino, desiderosi di ammirare bellezze diverse dalle cime appenniniche. Mi son persa tra decine d’indirizzi web che suggerivano quel paese anziché l’altro, quell’albergo piuttosto che un altro. Così, alla fine, confusi tra tanti pacchetti, ci siamo affidati alla sorte, fiduciosi nel fatto che il binomio lago più gruppo montuoso del Brenta non potesse tradirci. E infatti…
Nonostante l’alzataccia alle 4.00 del mattino e le quasi otto ore d’auto, con tanto di code a tratti da traffico del rientro (per gli altri), non abbiam perso tempo in sonnellini pomeridiani. Il cielo era troppo azzurro e l’acqua del lago troppo verdeblù per limitarci a guardarla da lontano.
Ci sediamo un po’ sulla spiaggetta erbosa. Ci lasciamo accarezzare dal venticello fresco; alcuni ragazzini fanno il bagno; qualcuno legge; altri sono lì, distesi al sole, con punta voglia di muovere un dito. Laggiù, le acque del lago diventano verde scuro, ma forse è solo il riflesso dei faggi e degli abeti a rendere il colore dell’acqua diverso.
C’alziamo con l’intenzione di sgranchirci un po’ le gambe e dopo un paio d’ore realizziamo d’aver quasi concluso il giro del lago. Incontriamo scogli e calette; veniamo superati da qualche ciclista e dagli appassionati della corsa. Passo dopo passo anche la stanchezza del viaggio svanisce e diventa tutto un programmar escursioni e passeggiate della mente.
Un’altra sera d’estate passeggiando tra le vie di Roma. Tutt’intorno un miscuglio di lingue diverse; i butta dentro dei ristoranti del centro che cercano di catturare l’attenzione dei turisti. «Only 20 euros Madame and you will get the best pizza in
Noi, intanto, senza smettere di leccare un delizioso gelato cioccolato e cocco, ci lasciamo alle spalle il Colosseo e ci arrampichiamo verso Villa Celimontana. Quanto è magico quest’angolo di Roma! Il viale poco trafficato del colle Celio, la basilica di Santa Maria in Domnica, la Piazza della Navicella.
Entriamo nella villa. L’illuminazione soffusa, le pietruzze che s’infilano nei sandali, l’acqua delle fontane che rinfresca l’aria, l’allegro chiacchiericcio di chi vuole godersi un po' di jazz, vino e qualche stuzzichino.
Io che saltello col migliore dei miei sorrisi ebeti: quello che sfodero quando so già che sarà una fantastica serata. Ci sediamo proprio di fronte al palco; le lucine blu che ipnotizzano i miei pensieri, i suoni della città sempre più lontani. Il cielo è coperto di nubi: non è una notte da stelle cadenti. I desideri resteranno inespressi. Il fumo delle sigarette dei miei vicini e il sigaro dei signori seduti lì davanti rovinano un po’ la magia, ma siamo all’aperto, bisogna essere tolleranti.
Qualcuno sale sul palco, lascia uno spartito, poi torna e sistema le casse. Sale tutta l’orchestra e s’accendono le luci. Il direttore dell’ Orchestra Jazz del Conservatorio di
Partono le trombe, attaccano i sax, il piano cerca d’imporre le sua voce e il percussionista scandisce il tempo. Sì, forse l’orchestra non è delle più celebri ma io trovo che i musicisti siano bravissimi. La testa del signore seduto davanti a me inizia a muoversi ritmicamente. Riesce a ballare anche stando seduto. Parte un applauso. L’assolo del sassofonista è stato portentoso.
I fiati cedono il posto al pianoforte e allora io mi perdo tra i sentieri della musica. Gli accordi sono allegri, concitati, martellanti e il piede del pianista non smette di agitarsi. Vedo quelle mani volare sulla tastiera, quegli occhi che fissano lo spartito ma che, forse, sono altrove, mentre le note ti avvolgono, ti spingono verso l’alto per poi cullarti dolcemente.
Il pianoforte, il maggiore dei miei rimpianti. Il Conservatorio interrotto per tante ragioni, non da ultima la fatica. È faticoso studiare il doppio degli altri a sedici anni; è faticoso uscire dal liceo, chiudersi in conservatorio, tornare a casa, fare la versione di latino e poi riprendere a studiare una Suite francese di Bach. È faticoso studiare il doppio quotidianamente e dire “non posso” a quel ragazzo tanto carino a cui, forse, un po’ piaci. Cominci a stancarti di essere quella che “tanto lei non viene” o quella che “ieri pomeriggio ci siamo divertiti tantissimo. Peccato tu non ci fossi”. E così, stupidamente, per un miliardo di futili motivi, finisci col diventare normale.
E dopo nove anni di vita trascorsi col tuo pianoforte, lasci la musica. Me ne son pentita l’anno successivo ma poi è stata la volta dell’università e l’inizio dei traslochi e dei cambiamenti e di un percorso fatto di scelte lasciate a metà.
Ma, di tanti cammini iniziati e poi interrotti, questo è quello di cui più sento la mancanza. Gli errori si pagano. Perché la musica, certo, non ha il potere di cambiare il mondo ma qualche magia riesce a farla e la realtà si trasforma. La vita diventa più leggera, il tempo si dilata, lo spazio s’amplia.
Applausi. Il tempo è volato via ed il concerto sta per terminare. Le nuvole sono scomparse, si vedono anche due stelle laggiù, in lontananza. Domani sarà una bella giornata.
Domenica pomeriggio a Roma. La tangenziale libera, il parcheggio lì, a portata di mano (chi vive a Roma o orbita intorno alla capitale sa bene di quale miracolo stia parlando), la città meno rumorosa, nessuno strombazza inutilmente di fronte ad un semaforo rosso, nessuno lancia improperi se il pedone si permette di attraversare lentamente sulle strisce.
Il cielo inizia a colorarsi di rosa, i ragazzini si rincorrono tra gli alberi di Villa Borghese, il frinire delle cicale sovrasta le nostre voci. Dalla terrazza del Pincio, la città sembra ancora più distante e meno città. Non c’è traccia del frastuono quotidiano, solo un allegro vociare. Piazza del Popolo, le viuzze del centro sono sì affollate, ma è una folla lenta che si gode la città ora che l’aria è meno afosa.
Ci dirigiamo verso Piazza di Siena con l’euforia di due bambini che hanno ricevuto un regalo tanto atteso. Si va al teatro. Ma non un teatro qualsiasi e non a vedere un’operetta qualsiasi. No no, noi stiamo andando al Globe Theatre. Solo che non siamo nella Londra del XVI secolo e che a recitare non è la compagnia di Shakespeare, sebbene la commedia sia stata scritta da lui. Paghiamo un po’ più dei 2 penny previsti in epoca elisabettiana per poter assistere all’opera stando comodamente seduti in una delle gallerie circolari che sovrastano il palcoscenico. Ma il prezzo del biglietto resta comunque accessibile, ben ripagato dalla magia che offre il luogo ancor prima che la commedia abbia inizio.
In basso, l’accaparramento ai posti migliori, al centro del teatro, avviene rapidamente. I più sono arrivati con cuscini, coperte, teli da mare. L’occorrente per potersi godere lo spettacolo anche stando seduti a terra.

“Rugge il leone nella notte bruna,
“ulula il lupo al volto della luna;
“russa in pace lo stanco contadino,
“arde l’ultima brace nel camino,
“stride all’inferno a letto il barbagianni
“a lui presagio di futuri affanni;
“l’ora notturna è questa in cui leggeri
“vagan gli spettri sui muti sentieri
“uscendo dalle tombe scoperchiate
“liberi, ad aleggiare per le strade.
“E noi, fatati spirti d’ogni sorta
“che al carro d’Ecate facciamo scorta,
“sempre fuggendo il raggio dell’aurora,
“il buio essendo la nostra dimora,
“come sognando siam lieti e contenti;
“nessun topo in quest’ora
“a disturbarci la casa s’attenti.
Tutto ciò accadeva domenica scorsa, in una serena notte di mezza estate.
Riascoltare le parole di Shakespeare nel Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese a Roma sa di magico, che si ami il teatro o meno. È come fare un tuffo nel passato, dimenticarsi dei crucci di tutti i giorni e calarsi in un’altra epoca. Da venerdì scorso è di scena l’”Othello” per poi lasciare il posto, a settembre, a “La bisbetica domata”. Sarebbe un peccato farseli sfuggire.
“A tutti buonanotte dico intanto,
finito è lo spettacolo e l’incanto.”
(“Sogno d'una notte di mezza estate” di W. Shakespeare, traduzione di G. Raponi)